Verso un’etica della tecnica non antropocentrica: responsabilità, relazioni, pratica

(di Fulvio Pierantoni, 26/07/2026) - tempo di lettura 2 min

A seguito delle suggestioni proposte dalle prime pagine del bel libro “L’etica del viandante” di Umberto Galimberti, propongo questo breve articolo che sintetizza le mie impressioni.

L’accelerazione tecnologica mette in crisi l’idea di una morale costruita esclusivamente attorno all’umano. Oggi la tecnica non è più solo strumento: plasma relazioni, distribuisce capacità di azione e trasforma ambienti reali e virtuali. Un’etica della tecnica non antropocentrica propone di spostare il fulcro morale dalla tutela esclusiva degli interessi umani a una rete di rispetto reciproco che comprenda esseri viventi, sistemi tecnici, ambienti e persino entità immateriali come dati, idee e processi sociali.

Prima richiamiamo le basi: non-antropocentrismo significa che il valore morale non deriva unicamente dalla specie umana, ma da criteri che possono comprendere la vulnerabilità, la capacità di sofferenza o di relazione e il ruolo funzionale in reti socio-tecno-ecologiche. La tecnica come «ente terzo» non è neutrale: algoritmi, infrastrutture e oggetti agiscono come mediatori che rimodellano possibilità d’azione, interessi e responsabilità. Considerarli parte del campo morale è necessario per evitare danni invisibili o dilazionati nel tempo e nello spazio.

Quali principi guida proporre? Primo: valutare progetti e tecnologie in termini di relazioni che instaurano — chi viene incluso ed escluso, quali voci vengono amplificate o silenziate. Secondo: minimizzare danni non solo agli umani ma a ecosistemi, specie senzienti e contesti socio-tecnici. Terzo: progettare in modo da non sopprimere permanentemente le capacità di altri attori (umani o non umani). Quarto: rendere visibili i meccanismi decisionali e i flussi di potere e prevedere rimedi concreti. Quinto: riconoscere che il virtuale produce effetti reali e merita norme analoghe di tutela.

Dal principio alla pratica: serve una progettazione adeguata e valutazioni d’impatto allargate che includano aspetti ecologici, digitali e relazionali. Occorre integrare competenze tecniche, comunitarie, ecologiche e filosofiche. Non basta dichiarare principi: occorrono metriche operative (indicatori di impatto, procedure di monitoraggio, meccanismi di rimedio) e istituzioni che possano applicarli in modo trasparente.

I limiti restano evidenti. Definire cosa conti come «ente morale» richiede criteri pragmatici; la tentazione di antropomorfizzare artefatti o di attribuire diritti simbolici senza un vera tutela è reale. Conflitti tra interessi (per es. sviluppo tecnologico vs. conservazione ambientale) richiederanno procedure di mediazione e valutazioni delle priorità contestuali. Infine, l’aspirazione all’universalità dev’essere temperata dal pluralismo culturale: principi generali devono consentire adattamenti locali.

In conclusione: un’etica della tecnica non antropocentrica è possibile e necessaria se vogliamo rispondere alle conseguenze delle nostre tecnologie, che per la prima nella storia dell’uomo risultano non prevedibili e quindi mettono nel sacco tutte le etiche precedenti (virtù, intenzione, coscienza, responsabilità). Occorre riconoscere che il bene comune oggi comprende molto più del singolo individuo umano. La sfida è trasformare principi filosofici in strumenti praticabili — procedure di design, valutazioni d’impatto e forme di governance capaci di rendere conto delle molte vite, materiali e immateriali, che la tecnica mette in gioco.

Indicazioni bibliografiche.
- Hans Jonas, Il principio responsabilità. Etica per la civiltà tecnologica.
- Bruno Latour, Non siamo mai stati moderni.
- Donna J. Haraway, Manifesto per cyborg. Donne, tecnologia e biopolitica.
- Peter-Paul Verbeek, Etica della tecnologia.
- Jane Bennett, Materia vibrante. Un’ontologia politica delle cose.

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